a cura di Sandro Barbagallo
   
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Sandro Barbagallo

Nato a Catania nel marzo 1973, si e' laureato in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Universita' di Siena.
E' diplomato alla Scuola Vaticana di Archivistica ed e' esperto di Iconografia ed Iconologia oltre che di Storia del Gusto e dell'Arredamento.
Ha collaborato con il Comune di Roma e di Siena per l'organizzazione di manifestazioni di arte contemporanea e cura l'organizzazione e la realizzazione di mostre e cataloghi per gallerie private su tutto il territorio nazionale.
Attualmente sta scrivendo un libro di interviste agli artisti che ha incontrato, quali ultimi testimoni del Novecento.


per contatti, chiarimenti, suggerimenti scrivi ad sceltopervoi@artemania.it
 
 
Livorno 29 Settembre 2006


BONNARD-MATISSE
DUE PITTORI - DUE AMICI

 
 

Il Complesso del Vittoriano presentando Bonnard e Matisse, due maestri coetanei oltre che contemporanei, intende focalizzare l’attenzione sul confronto tra i due artisti. La recente pubblicazione della loro corrispondenza nell’arco di quarant’anni, ha potuto arricchire l’analisi della loro opera di un approccio scientifico completamente innovativo.
Si potranno verificare affinità e differenze, punti partenza simili e traguardi opposti, ma non si potrà fare a meno di notare quanto tra i due ci sia un comune sentimento della pittura. Sembra che non sia vero che Bonnard debba considerarsi l’ultimo degli Impressionisti e Matisse il primo dei pittori moderni.
È vero invece che Bonnard usando tra i primi la tecnica litografica per i manifesti influenzò Toulouse-Lautrec ed è altrettanto vero che occupò un posto di primo piano nel gruppo dei Nabis, entrambi poi, Bonnard e Matisse, amarono e studiarono la pittura giapponese di Hokusai e Hiroscighe. E arrivarono nel periodo maturo della loro vita a traguardi straordinariamente innovativi. Bonnard utilizza l’effetto cromatico della luce che scontorna le cose, mentre Matisse, pur immerso nel colore, ritaglia lo spazio con un segno tagliente e continuo come un filo di ferro.
La grandezza di Bonnard si manifesta nel superamento e nella fusione del naturalismo impressionista e dell’antinaturalismo simbolista, in un nuovo linguaggio realista; la grandezza di Matisse appare nella serena audacia e nella raffinata novità di una pittura di armonie e dissonanze sapientemente orchestrate.
La teofania della luce e i riti della solarità alimentano il talento di entrambi, dominati dalla tirannia del colore. “Una grande conquista moderna è la scoperta del segreto dell’espressione per mezzo del colore”, sostiene Matisse, mentre Bonnard affronta la violenza di momenti abbagliati dall’eccesso cromatico della luce con l’occhio vigile che filtra cultura e intimismo per coglierne il sostrato emotivo e simbolico, gli echi inconsci del contatto con la realtà.
Spesso i due artisti vengono accomunati nella facile definizione di “Pittori della felicità”, forse perché amano la bellezza, la luce incandescente del Sud lambito dal Mediterraneo, la pienezza della vita e, tra le stagioni, l’estate. Se il giallo non bastava mai a Bonnard, il blu nelle sue sfumature più inventate mancava sempre a Matisse. Ma giallo e blu non sono i colori della mediterraneità? Il giallo del sole, l’azzurro del mare, sono anche due colori primari che se composti tra loro, ricreano il verde di quei pini marittimi e di quelle vegetazioni ammirate dalle finestre aperte sui panorami della Costa Azzurra.
“La calma, il lusso, la voluttà” sono le tre grazie che ispirano la loro opera, ma nessuno immagina quanto la serenità che traspare da questa pittura sia una conquista ottenuta a prezzo di grandi lotte interiori. Lotte contro un’inquietudine costante, nata dall’incertezza del domani e dall’insicurezza del proprio itinerario creativo.
La corrispondenza tra i due artisti rivela che essi condivisero la convinzione che il quadro dovesse vivere per se stesso, in quanto non è imitazione della vita, ma trascrizione di un’emozione vissuta.
Quando nel 1940 la guerra interrompe i mezzi di comunicazione e la possibilità di incontrarsi spesso e discutere a voce, i due artisti cominciano a scriversi quasi ogni giorno. Bonnard dal suo ritiro nella Villa del Bosquet sulle colline di Cannes e Matisse dall’Hotel Regina a Cimiez.
Cher Bonnard, Cher Matisse, si scrivono fino alla fine dandosi del Lei, parlando di problemi quotidiani e artistici, apparentemente inconsapevoli sia della propria età, che della fama e autorità riconosciutagli in tutto il mondo. Forse è la guerra che sprofonda entrambi in una dimensione spirituale in cui il senso della vita e dell’arte è seriamente messo in discussione. La pittura come poltrona, la pittura per il piacere di dipingere, non sarebbe stata spazzata via dalla tempesta che si stava abbattendo sull’Europa? Si poteva ancora dipingere nel 1940 un’opera intitolata Il Sogno o era necessario svegliarsi? Ma era davvero possibile dipingere ancora? E perché? Ma questo genere di interrogativi nella corrispondenza non compare. Per i due artisti la guerra viene vissuta come un disordine permanente, capace di alterare i discorsi profondi della creazione, ma senza riuscire ad interromperne la continuità.
Soprattutto, come scrive Bonnard, c’è la paura che preoccupazioni materiali, timore per l’avvenire, angoscia, possano togliere libertà di spirito al tempo della creazione. A sua volta Matisse teme che la costante inquietudine dovuta alla guerra possa nuocere al lavorio inconscio in cui maturano i semi della creazione. Per entrambi dipingere non vuol dire sbarazzarsi della gravità del momento, ma significa ritrovare questa gravità nell’esperienza profonda della pratica individuale.
Così la guerra poteva sconvolgere tutto senza cambiare il corso segreto dell’opera in fieri, senza riuscire ad alterare la sua verità particolare. La guerra poteva sconvolgere tutto, ma non è che l’estremo esempio dei problemi quotidiani che i due pittori affrontano e che lamentano con il prosaicismo lancinante dei semplici. Non si parlano solo di pittura in quelle lettere, ma anche di brodo di pollo e di crisi di fegato, di difficoltà di trasporto e di colpi di freddo, di reumatismi e di abbassamento di vista. Solo una visione falsamente aulica della creazione può farci credere che il capolavoro si formi solo nella rarefazione di altezze vertiginose, mentre è anche il frutto di piccole battaglie vinte nella logorante meschinità del quotidiano. Con il freddo che punge, un corriere che non arriva, il pane che manca, il vuoto che si ingrandisce come un deserto perché gli amici se ne vanno ad uno ad uno…
Insomma, Bonnard e Matisse appaiono come monaci isolati, fratelli laici di una comunità invisibile.
Quando Matisse scrive a Bonnard è in un momento particolare della sua vita e del suo percorso: il passaggio dalle monumentali decorazioni della Dance aveva introdotto una sfasatura tra il suo disegno e la pittura. Sentiva che avrebbe dovuto restituire al colore la libertà del suo disegno e al disegno l’intensità cromatica del suo colore. Risolverà questa crisi solo dopo il 1945. Tanto che ci si chiede come mai Matisse scegliesse di confidarsi con Bonnard.
Il loro percorso, infatti, sembra del tutto opposto: Matisse cerca una semplicità di espressione in cui il reale si riassuma in un solo segno continuo e monocromo, ritagliato nello spazio come un’iscrizione definitiva. Mentre Bonnard elabora il lutto della morte dell’amata Marthe, dipingendo tele divorate dalla luce, in cui la realtà sembra di volta in volta distruggersi e riformarsi in un fluire perpetuo. Al contrario Matisse cerca forse in Bonnard la possibilità di sfuggire a una sorta di fissità, alla paura dell’aridità. È come se intuisse nei quadri del collega e amico una zona d’ombra, qualcosa di misterioso, un’euforia in cui colore e disegno arrivano a fondersi.
Comunque entrambi gli artisti rappresentano una polarità gioiosa e solare in tempi densi di lacerazioni e di strappi. Rappresentano l’alterità rassicurante (perché intenta alla propria metamorfosi) in una specie di sublime indifferenza a ciò che è esterno e che si potrebbe chiamare la Storia.
È interessante notare quanto la coscienza di fare della nuova pittura sia meno forte e importante in entrambi della consapevolezza di fare buona pittura.
Ma il motivo più significativo, più commovente della fedeltà dei due artisti alla loro amicizia resta in filigrana: ed è la preoccupazione che tormenta entrambi di perdere la vista. Proprio loro che non fanno che parlare di sguardo nuovo, di visione diretta ripulita da tutte le convenzioni, sanno che lo stesso male li minaccia. Un male insidioso e ineluttabile, più pericoloso della guerra e dei bombardamenti. Pregano entrambi di poter continuare malgrado tutto, malgrado le tragedie degli avvenimenti, a gioire della luce del mattino, del gioco mutevole delle nuvole, delle forme degli alberi e dei corpi, perché questa per loro è la sola cosa che importi e che giustifica tutte le miserie del mondo.
Infermi, isolati, prigionieri degli avvenimenti e dell’età, Matisse e Bonnard ci lasciano immaginare la loro segreta intesa: la consapevolezza che un ciclo di grande arte occidentale si concluda con loro.
Dopo, solo dopo, verrà il giorno in cui la visione della mimosa e del mandorlo in fiore saranno i segni inequivocabili che la notte è ormai arrivata.


Sandro Barbagallo


Roma- Complesso del Vittoriano
Dal 5 ottobre 2006