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Perche’, in una torrida e fatiscente Venezia, il titolo di questa mostra risuonava così evocativo e letterario da far pensare a quello celeberrimo di Thomas Mann?
Tutto cio’, del resto, che riguardava il cinquantesimo compleanno della Biennale, ha avuto, ha, una connotazione ansiogena e vagamente inquietante. Se il Duca e’ morto, viva il Duca. Ritratti ai narcisi e autoritratti dei medesimi. Un mare di immondizia, detriti portati dalla corrente di pseudo-arte scaricata da vecchi-nuovi continenti per fare pattume. Sterile concime che invece di fertilizzare, sporca i Giardini.
Così si attraversa Venezia da un canale all’altro, dall’Accademia alle Zattere, dai Magazzini del Sale alla Giudecca. Si cammina sotto il sole che picchia e si cerca sollievo nell’unica strettoia che offre un riparo, un cono d’ombra, un refolo di vento. Ci si ritrova spinti dal caso nella Calle dell’Olio e la Galleria di Nuova Icona e’ la’. Con un piccolo giardino e la casa che ospita il Duca morto.
Amedeo, Duca di Aosta, rappresentato da una foto del 1942. O meglio, questa e’ l’immagine di partenza. Cio’ che vediamo noi e’ la sua dilatazione nello spazio e, al tempo stesso, la frantumazione di questa immagine. Come l’Alice di Carroll, che cresce a dismisura in una casa troppo stretta per lei, cosi’ l’immagine del Duca si allunga a dismisura nel corridoio e nelle stanze della casa che per lui ha trovato l’artista.
‘Non so che mi e’ preso’, scrive Fabio Mauri, la curiosita’ della morte, o forse la paura, tanto da esorcizzarla una tela dopo l’altra, diciamo noi. ‘Nel fare l’opera, mi sono introdotto in quella compostezza di vita e di morte… E le scale, le scalette? Le avevo comperate due anni fa a Milano…’
E’ affascinante ascoltare o leggere questo artista che, come un eterno bambino (e’ un’immaturita’ che non invecchia, dice di se’), inventa giochi nella sua stanza privata, inviando lettere al mondo, ammiccando agli amici e sorridendo ai nemici. Quando Mauri si ferma, mentre parla, sembra osservare quanto le sue parole, i suoi sogni creativi, rimbalzino contro l’altro che e’ sempre un po’ sconcertato e a disagio per il suo candore. Cresce nel ricordo la malia di quest’ultimo lavoro di Mauri nato, come recita il comunicato stampa, in un periodo di ‘fervente attività’.
Forse noi abbiamo intuito che tra cio’ che Mauri mostra e ciò che scrive c’e’ spesso uno scarto indecifrabile. Forse si tratta di quella imponderabile curiosita’ per tutto cio’ che egli considera ‘una grande esperienza, un destino straordinario’.
Ci verrebbe da chiedergli, ma quale destino e’ più straordinario di quello dell’uomo-artista-Mauri che sa trasformare in arte, la vecchia foto ingiallita di un Duca morto?
Sandro Barbagallo
Galleria Nuova Icona
Giudecca, Calle dell’Olio 454
Fino a tutto Ottobre
Tel/fax 041-5210101
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