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Bisognerebbe chiedersi perché, intorno alle grandi mostre che si alternano al Vittoriano di Roma, c’è sempre polemica aperta. Eppure il pubblico vi accorre numerosissimo, i nomi degli artisti sono di fama mondiale, l’informazione capillare, la pubblicità martellante.
Allora perché gli “esperti” arricciano il naso? Forse perché non trovano quasi mai ciò che già conoscono, per intenderci quadri celebri come quegli interni di caffè, quei balli all’aperto, quelle strade di Parigi che ormai fanno parte dell’immaginario di chi si intende di pittura. Della grande pittura dell’Ottocento. Ma non si rendono conto, questi perenni delusi, che “quelle opere” non si possono più spostare dai grandi musei del mondo? Non solo perché ormai questo mondo è diventato sempre più insicuro, ma perché renderebbero povero per mesi un museo meta di pellegrinaggio culturale.
Ciò che può essere esposto nelle grandi mostre di luoghi come il Vittoriano, non è però meno importante, ma solo meno noto. Quindi, solo sgombrando l’animo dall’attesa dell’ovvio, si può godere di una mostra raffinata, insolita e originale (sic!) come quella attualmente in corso al Vittoriano di Roma. Parliamo ovviamente di Manet che fu esposto a Venezia nel lontano 1934 e successivamente, sempre alla Biennale, nel 1948. erano quindi circa sessant’anni che Manet non tornava in Italia. A Roma, poi, è veramente la prima volta che si possono ammirare un numero notevole di tele ad olio, di disegni, di acqueforti.
Edouard Manet nasce il 23 gennaio 1832 e muore prematuramente nell’aprile del 1883. Proviene da famiglia alto borghese decisamente agiata. La madre è addirittura figlioccia del re di Svezia Bernadotte, il padre alto funzionario del ministero di giustizia. La madre, molto più giovane del padre, rappresenta nella vita dell’artista una presenza tutelare che lo conforta dalla rigidità del padre. Da giovane Edouard appare molto legato al suo ambiente e alla sua classe sociale, frequenta il collegio Rollin, dove incontra Antonin Proust, suo amico di tutta la vita nonché suo biografo e testimone prezioso. Dopo aver superato l’ostilità della famiglia che non lo vuole pittore, Manet lavora per sei anni nell’atelier di Thomas Couture, pittore di idee avanzate che influenza molto i giovani artisti. Non dobbiamo dimenticare che nel periodo in cui Napoleone III sale al trono (1851) Manet è progressista e repubblicano e forse per questo spesso i suoi quadri vengono rifiutati dalle giurie ufficiali. Sappiamo che fin dal 1850 è iscritto tra i copisti del Louvre e tutta la sua formazione risente di questo apprendistato nei musei. Nel 1856, dopo aver lasciato il maestro Couture, viaggia in Italia e copia grandi cicli di affreschi. Nel 1859 ha il primo rifiuto grave al Salon con il suo “Bevitore di assenzio”. È importante ricordare che la sua attività si svolge in poco più di due decenni e che, nel catalogo generale, sono censite 430 opere di cui due terzi sono copie, schizzi e opere incompiute. Ma tanto basta perché questo corpus sia in grado di rivoluzionare il concetto di arte moderna. Oggi ci fa quasi sorridere l’idea che un capolavoro come la “Colazione sull’erba” sia stato respinto nel 1863, tanto da essere poi esposto al Salon des Refusés. Successivamente Manet, influenzato dagli amici impressionisti, inizia il ciclo cosiddetto di Boulogne, la cittadina balneare in cui usava recarsi con la famiglia. Nella mostra di Roma, fin dal manifesto, è molto presente il mare a cui l’artista dedica uno splendido ciclo di opere. Sempre alla mostra sono presenti le ultime nature morte che il pittore dipinse tra il 1882 e il 1883 quando era già gravemente malato.
Queste piccole opere sono la prova del desiderio di comunicare l’esperienza trasfigurante della sua pittura. Stupefacente è la quantità e la riuscita perfetta di ognuna. Sono lillà, peonie, rose, tulipani, clematidi, garofani, fiori nei vasi di cristallo e frutta vellutata su preziose porcellane.
Grande amico di poeti come Mallarmé e Baudelaire, Manet rivela di essere una sorta di pensatore, più di Degas, più degli amici impressionisti dei quali fu considerato il maestro elettivo.
Uno dei capolavori in mostra: Paesaggio marino con delfini, 1864
La tela appartiene alla serie di paesaggi marini dipinti a Boulogne-sur-Mer. Sappiamo che Manet tornava volentieri nel paesino in cui da ragazzo passava le vacanze con la famiglia. Il quadro dimostra quanto il pittore fosse sensibile al fascino di quegli spazi infiniti, senza storia, che sono i grandi cieli vuoti che sovrastano il mare. Del resto il suo amore per il mare era maturato casualmente, quando per contrastare il padre che voleva fargli studiare legge anziché arte, gli venne in mente di presentarsi alla Scuola Navale. Non superò gli esami ma, “per uscire dall’impasse, e con un colpo di testa, dichiarò che sarebbe diventato marinaio. I genitori preferirono lasciarlo partire piuttosto che vederlo entrare in uno studio d’arte”. A suo padre toccò accompagnarlo a Le Havre dove, appena sedicenne, si imbarcò in un mercantile, Le Havre et Gouadeloupe, diretto a Rio de Janeiro.
Durante quel viaggio aveva scritto alla madre lamentandosi della monotonia della vita di bordo, in cui si poteva vedere solo e sempre “cielo e acqua”, oppure si rischiava la vita quando arrivava una tempesta e “non ci si può immaginare il mare finché non lo si è visto agitato”.
Questi sentimenti contrastanti di ammirazione e timore, stupore e attesa, condizioneranno sempre il rapporto dell’artista con il mare. Nell’opera il mare è dipinto con un insolito blu turchese, un colore molto inventato e poco naturalistico.
Pur trasmettendo una sensazione fortemente dinamica, il quadro è ancora lontano dal ciclo di opere “en plein air”, caratterizzato da colori gioiosi e solari. Qui infatti è ancora presente quel gioco di rapporti tonali tipico del primo Manet. Non a caso il nero vi ha un ruolo importante, come lo ha nella pittura giapponese.
Tutta l’opera ruota intorno al volume scuro della nave in primo piano che, con la sua presenza inquietante, timbra l’atmosfera circostante. L’orizzonte è basso e una lunga pennellata blu sembra enfatizzare un cielo d’alba, con un lucore tra giallo e rosa.
L’impressione di vento o di tempesta imminente è suggerita dai flutti che si infrangono contro i fianchi del vascello e fanno spuma intorno ai delfini (forse metafora di una natura gioiosamente insidiosa).
Il ritmo di quest’opera nasce dal fatto che oltre che dipinta sembra disegnata, tanto che i contorni del pennacchio di fumo del battello a vapore, degli alberi delle navi, degli scafi, delle pinne dei delfini, appaiono pensati come note su un pentagramma. Notevole è anche l’audacia dell’inquadratura che risente già delle prime immagini fotografiche.
Lo stesso motivo del battello a vapore lo troviamo in un disegno della collezione Rouart di Parigi e in una incisione della Bibliothèque nationale de France.
Sandro Barbagallo
Edouard Manet
Roma, Complesso del Vittoriano
a cura di Maria Teresa Benedetti
Fino al 5 febbraio 2006
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