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La pittrice Chung Eun-Mo, nata a Seoul (Corea), negli anni Settanta si è diplomata in architettura a New York, dove ha vissuto durante la sua prima giovinezza.
Nel 1987 ha cominciato a vivere in Italia, dove lavora, in Umbria, da più di dieci anni. La sua casa studio, nella campagna di Terni, è un luogo bianco, luminoso, ascetico. Le stanze sembrano (e forse sono) senza porte e le sue opere spesso tonde, trapezoidali o a losanga, cantano sui muri bianchi come note su un pentagramma. Lo spazio di Chung è essenziale, metafisico, per una pittura che trasmette prima di tutto un senso di armonia e di pace.
Premesso questo, ritengo che la lezione che la pittrice coreana ci comunica sia molto significativa. Dimostra infatti quale risultato di alta qualità si possa ottenere miscelando sapientemente una cultura e una sensibilità così lontana dalla nostra come quella orientale, con una concezione dello spazio-colore occidentale. Mi sono subito chiesto quale segreto percorso permettesse alle opere di Chung Eun-Mo di essere così perfettamente in sintonia con entrambe le sue radici culturali.
L’artista mi ha parlato del proprio interesse formale per il Suprematismo russo del secolo scorso, ma anche della fascinazione subita dall’architettura di città come Firenze e Roma. Probabilmente anche dagli spazi dipinti sullo sfondo di certi affreschi di primitivi toscani (non a caso l’artista ha vissuto vicino a Cortona, prima di arrivare in Umbria).
Chung Eun-Mo dunque, lavora sia sullo spazio esterno all’opera, che reinventa l’ambiente secondo la lezione di Malevic, sia sulle luci, le ombre, le proiezioni metafisiche di un’architettura che conosce Leon Battista Alberti. Queste sono le radici del talento di questa pittrice.
Il risultato è di un rigore, di una sintesi, di una eleganza straordinaria. Come considero straordinaria la capacità dell’artista di rinnovare dall’interno i “modi” dell’astrazione geometrica. Cosa che fa con i mezzi più semplici: facendo scattare un’audace accostamento di colore, inserendo una falsa prospettiva, uno spicchio di luce che diventa una porta aperta sull’infinito, mentre un architrave incornicia un indefinibile colore di cielo. E chissà se Chung ha amato e visto la “Città ideale” di Piero della Francesca. Forse sì. Sicuramente conosce le piazze metafisiche di De Chirico, di cui mi ha citato una frase sulle tecniche pittoriche.
Concludendo, credo che si debba a una spregiudicata attenzione per i grandi temi della pittura italiana in particolare e di quella occidentale in generale, la resa così fresca e originale dell’arte di Chung. Forse perché i suoi occhi sanno nutrirsi, come lei stessa ha dichiarato, di un’antica innocenza. O forse perché questo suo candore le permette di captare quanto ancora di nuovo si possa dire (o si possa aggiungere) nel campo dell’astrazione geometrica. Un campo in cui, prima dei quadri di Chung Eun-Mo, sembrava improbabile poter dire ancora qualcosa di nuovo.
Sandro Barbagallo
Mostra: L’antica innocenza di Chung Eun-Mo
A cura di: Sandro Barbagallo
Luogo: Sale espositive di Palazzo Chigi - Via Chigi, 15 Viterbo
Inaugurazione: 24 febbraio 2006
Informazioni: 0761 340820 – 349 0968679
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