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Studi classici, laurea in Storia dell’Arte (col mitico Argan, nientemeno), Pandolfelli è uno di quei rari artisti che sa perfettamente quale itinerario lo aspetta. Se mai il problema è la continua sfida con se stesso, il traguardo sempre spostato in avanti. Un’autocritica al limite dell’autoflagellazione.
Illuminante, in questo senso, è stata la mia visita al suo studio, ascetico fino all’incredibile, in tempi di consumismo e di volontà di apparire. Così i suoi quadri venivano mostrati con pudore, frettolosamente, quasi a chiedere scusa per il disturbo. Quando poi riuscivamo a fermarlo (erano con me Simona Weller e Francesco Guerrieri) per poter gustare una pittura che sa di pittura, come quella dei maestri con la maiuscola, lui mostrava un’inspiegabile ritrosia.
Conservo gelosamente tra i miei libri il catalogo di una mostra che Guido Ballo organizzò alla fine degli anni Settanta per spiegare al volgo le origini dell’arte astratta. Partiva dagli impressionisti, ovviamente. Ma molti artisti nei propri studi avevano già battuto la via indicata dall’illustre critico. Perché spesso gli artisti arrivano a sentire e vedere dove teorie e critiche non potrebbero mai.
Mentre scrivo questo ho in mente certi quadri di Pandolfelli che derivano direttamente da Van Gogh o da Monet, ma arrivano dove loro non potevano arrivare, semplicemente perché era impensabile, era troppo presto. Anche per la buona e più audace pittura è infatti necessario un tempo di maturazione. Come è necessaria la sperimentazione, il coraggio di sbagliare e, nello sbaglio, l’intelligenza di capire quale nuova porta si è aperta.
Un’altra cosa credo di avere intuito durante la visita allo studio di Pandolfelli. Ed è questa: come certi artisti di razza anche lui ha due anime. Una inquieta, furente e una meditativa, pacata. E nell’attesa di conciliare queste sue due anime Pandolfelli ha deciso di lavorare per sottrazione. Nella pennellata sempre più contenuta, nel gesto sempre più rallentato, nel colore sempre più rarefatto, è come se l’artista per automortificarsi si negasse alla bellezza, al furore di dipingere, alla vitalità che sappiamo quanto ha animato la sua pittura in passato.
Premesso questo, resta un dato positivo nel nuovo lavoro di Pandolfelli: il fatto che disturba, ma al tempo stesso incuriosisce non poco.
Dove andrà a parare questa pittura, si chiede chi guarda, ed è con questa domanda che resto in attesa di scrivere per la prossima mostra.
Possibilmente ancora più sorpreso di oggi.
Sandro Barbagallo
Fino al 20 febbraio 2006
Galleria Miralli
Via San Lorenzo, 57
01100 Viterbo
tel. 0761 340820
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