a cura di Sandro Barbagallo
   
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Sandro Barbagallo

Nato a Catania nel marzo 1973, si e' laureato in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Universita' di Siena.
E' diplomato alla Scuola Vaticana di Archivistica ed e' esperto di Iconografia ed Iconologia oltre che di Storia del Gusto e dell'Arredamento.
Ha collaborato con il Comune di Roma e di Siena per l'organizzazione di manifestazioni di arte contemporanea e cura l'organizzazione e la realizzazione di mostre e cataloghi per gallerie private su tutto il territorio nazionale.
Attualmente sta scrivendo un libro di interviste agli artisti che ha incontrato, quali ultimi testimoni del Novecento.


per contatti, chiarimenti, suggerimenti scrivi ad sceltopervoi@artemania.it
 
 
Livorno 19 Aprile 2004


Addio alla stele sfrattata…

 
 

“È un momento di lutto per la civiltà italiana”, ha scritto Vittorio Sgarbi all’inizio dei lavori di smontaggio della stele di Axum, il 9 ottobre 2003. Se ne parlava già da diversi anni, ma nessuno forse aveva mai creduto che la cosa si sarebbe realizzata sul serio. Invece ecco che, dopo sessantasette anni, la Stele di Axum viene sfrattata da Roma nella totale indifferenza dei più.

Sono state tante le proposte avanzate in questi anni… Qualcuno voleva attribuirne la proprietà e la territorialità alla FAO; qualcun altro voleva concedere l’extraterritorialità alla nazione etiope; qualcun altro ancora voleva addirittura fare uno scambio con nostre opere d’arte; e infine c’è stato anche chi ha proposto di effettuare, proprio ad Axum, il recupero di alcune steli in stato di totale degrado. Tutto questo pur di non spostare qualcosa che oramai faceva parte dell’arredo urbano di Roma. Naturalmente, nessuna di queste proposte è stata presa in considerazione.
Anzi, nel 1997, Oscar Luigi Scalfaro, in visita in Etiopia, ribadì il suo consenso per la restituzione della stele. Risultato? Da allora politici ed intellettuali hanno fatto a gara per cercare improbabili giustificazioni ad una spesa che si sarebbe potuta evitare con maggiore soddisfazione di tutti. Due miliardi (tale è il costo di quest’impresa), convertiti in aiuti economici e sociali non sarebbero stati più efficaci per una paese ferito da guerre civili e carestie?
L’8 novembre Liberazione ha commentato l’avvenimento con questo titolo: “Torna in Etiopia la stele di Axum razziata dai fascisti”. Un titolo inutilmente fazioso che dimentica che la stele venne portata in Italia quando l’Etiopia era una sua colonia. Essa faceva parte di una serie di steli cadute a terra nella piana di Axum. Non era quindi né un’opera unica, né un’opera integra come una delle tante italiane che riempiono i musei di tutto il mondo. E inoltre, come ha testimoniato il duca Amedeo d’Aosta, il Negus l’aveva regalata al popolo italiano, riavendo indietro il Leone di Giuda. Non dimentichiamo poi che l’Italia in Etiopia costruì ospedali, scuole, centrali idroelettriche ed altre opere pubbliche oltre a tremila chilometri di strade. Secondo la logica “della stele”, cosa avremmo dovuto fare, farcele restituire?

Pochi sanno, ad esempio, che le collezioni dei Musei Vaticani nonché lo stesso Archivio Segreto furono trafugati da Napoleone e che solo una metà è stata restituita… a spese nostre! E chi sa che tutt’oggi in USA è conservata la pinacoteca di Latina oltre ad una delle carte geografiche su marmo, di Antonio Munoz, asportate da via dei Fori Imperiali? E vogliamo parlare di tutte le opere d’arte italiane finite “involontariamente” in Germania?
Perché noi italiani dobbiamo sempre avere un atteggiamento succube o, quando va bene, da primi della classe, mentre cose ben più gravi accadono altrove? Lo dimostra il fatto che i direttori dei quaranta musei più importanti del mondo si sono opposti alla nostra decisione. Non è una caso che proprio in questi giorni sia il British Museum che il governo inglese si siano rifiutati anche solo di prestare per qualche mese, alla Grecia, i fregi del suo Partenone in occasione delle prossime Olimpiadi.
Non credete che sia stato fatto tanto rumore per nulla?
Resta solo da chiedersi ancora una volta: a chi giova?


Sandro Barbagallo