a cura di Sandro Barbagallo
   
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Sandro Barbagallo

Nato a Catania nel marzo 1973, si e' laureato in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Universita' di Siena.
E' diplomato alla Scuola Vaticana di Archivistica ed e' esperto di Iconografia ed Iconologia oltre che di Storia del Gusto e dell'Arredamento.
Ha collaborato con il Comune di Roma e di Siena per l'organizzazione di manifestazioni di arte contemporanea e cura l'organizzazione e la realizzazione di mostre e cataloghi per gallerie private su tutto il territorio nazionale.
Attualmente sta scrivendo un libro di interviste agli artisti che ha incontrato, quali ultimi testimoni del Novecento.


per contatti, chiarimenti, suggerimenti scrivi ad sceltopervoi@artemania.it
 
 
Livorno 1 Agosto 2003


Biennale di Venezia? Viaggio 'al termine dell'arte'

 
 

Siamo tutti sorpresi che una persona come Bernabe', proveniente dal management, abbia trascurato l'aspetto organizzativo della Biennale di Venezia. Chi si scusa si accusa! Lui lo ha fatto molto spesso durante i giorni della vernice e dovrebbe continuare a farlo da qui alla chiusura della mostra. 'La dittatura dello spettatore' sa tanto di beffa quando molti visitatori sono sopravvissuti a stento al clima torrido dei padiglioni, oltretutto privi dei servizi piu' elementari, aria condizionata compresa.
La Biennale di Venezia cade solamente ogni due anni, eppure e' sembrato che il suo attuale presidente Franco Bernabe', fosse stato colto di sorpresa. Come mai?
La Biennale, come si sa, e' considerata la piu' importante mostra d'arte del mondo, ma con questa edizione sara' molto difficile che mantenga il primato. Criticabile in ogni minimo particolare: titolo, scelta dei curatori e degli artisti, organizzazione delle infrastrutture, per non parlare di una vernice in cui i diecimila giornalisti ed esperti hanno rischiato il collasso per assoluta mancanza di buon senso.
Basti ricordare il disagio e il rigetto provato facendo la coda per ottenere un bicchiere d'acqua calda o l'accesso a una toilette risultata poi inagibile...
Questi non sono dettagli, danno l'idea dell'arroganza con cui si e' agito verso il pubblico. Un pubblico di addetti ai lavori, innervosito non solo delle scelte opinabili (ma questa e' una storia antica che si ripetera' sempre), ma anche dal percorso ad ostacoli che avrebbe dovuto supportarle.
E' forse scritto nello statuto della Biennale che l'Italia debba fare regolarmente autogol per dimostrare che Documenta di Kassel e' meglio di Venezia? O che la Fiera di Basilea sia piu' importante perche' almeno non mortifica gli artisti storici, come riesce a fare regolarmente Venezia?
Si sa che Bonami ha lavorato con dieci curatori, ma dati i risultati illeggibili, era forse meglio che si rivolgesse anche ad esperti di allestimenti. Il gioco di squadra protegge i deboli, ma banalizza i forti, come si puo' constatare al Museo Correr dove Auerbach sembra Morlotti e Francis Bacon e' messo sullo stesso piano di Margherita Manzelli (Ma con tutte le artiste italiane storicizzate e degne di un simile accostamento... non c'era altra scelta?). E si potrebbe continuare con Guttuso che, con la sua "Vucciria", da' del pescivendolo al vicino di parete Enrico Castellani.

Fior da fiore ai Giardini...

In una Biennale sotto tono e pauperista, il padiglione britannico

Inghilterra

e' uno dei piu' sfarzosi e visitabili. L'artista Chris Ofili ha capito che enfatizzare le sue origini nigeriane poteva essere (ed e' stata) una strategia vincente. Tutte le pareti dipinte in rosso, verde e nero, secondo i colori dell'Internazionale africana, offrono un campionario di immagini ispirate ad una mitologia esotica e sensuale, tipica dell'artista.

Ofili

Nel padiglione francese Jean-Marc Bustamante sta prendendo il posto di Daniel Buren come artista testimonial della Francia. Per fortuna e' meno monocorde del collega e allestisce una mostra personale il cui filo conduttore e' l'osmosi fra le tecniche. Dalla fotografia alle sculture minimaliste, passando attraverso una pittura astratta. Le immagini fotografiche, perno delle opere piu' recenti, risultano comunque le piu' interessanti, realizzate come sono nell'ambiguita' tra astrazione e figurazione.

Michal Rovner, nel padiglione israeliano, in un video a parete, itera come i segni di una misteriosa scrittura, una serie di omini neri. Sui tavoli, all'interno di contenitori per esperimenti microbatteriologici, alcuni campioni dell'installazione si agitano nel tentativo di comporsi in una forma o in un segno riconoscibili. Naturalmente senza riuscirvi mai.
Piu' che un sogno, il padiglione greco e' un incubo. Più adatto ad un luna park che ad una mostra d'arte. Gli artisti greci Athanasia Kyriakakos e Dimitris Rotsios hanno creato un percorso labirintico ed accidentato, immerso nel buio, tra pareti e pavimenti sghembi, su cui vengono proiettate immagini di video. Impossibile decifrarne il significato occupati, come si e', a non inciampare.
Nel padiglione dell'Olanda, gli artisti Carlos Amorales, Alicia Framis, Meschac Gaba, Jeanne van Heeswijk, Erik van Lieshout, hanno realizzato un calzaturificio ed una sartoria dove si tagliano vestiti post-futuristi. Il progetto verte su abiti capaci di resistere alla violenza degli hooligans, le cui gesta sono proiettate sulle pareti. Nell'ambiente e' allestito anche un bar in cui vengono servite bevande alcoliche a temperatura ambiente: ovvero bollenti.
Pedro Cabrata Reis, nel padiglione portoghese, inventa un ambiente scandito da neon. L'insieme e' gradevole, anche se gia' visto, ma e' dotato del bene piu' prezioso: l'aria condizionata.
Perche' erano così pochi i padiglioni attrezzati in questo senso?
Santiago Sierra e' l'autore del padiglione meno visitato di questa Biennale: la Spagna. Vi potevano accedere, infatti, solo cittadini spagnoli in grado di provare la propria nazionalita' alle guardie che presidiano l'ingresso, a sua volta mascherato da un muro di cemento. L'artista ha voluto proporre un'opera ispirata al concetto di nazionalita' e di frontiera come limite invalicabile.

Spagna

Singolare proposta, questa, in una edizione in cui l'ospite Italia si stende a pelle d'orso davanti a chiunque (purche' non sia italiano) e trasforma il proprio padiglione in una sorta di Circo Barnum.
Avanzando dunque nel padiglione Italia s'incontra l'omonimo dello scrittore, Matthew Barney, la sua 'ultima versione' si avvale di tavolini di cristallo, eleganti e ridondanti teche che contengono disegni porno guarniti da liquidi organici e inserti piliferi. Un omaggio allo sperimentalismo predicato da Bonami.

Italia

Un'artista belga, poi, Berline de Bruyckere, si diverte a turbare il visitatore con un grande cavallo nero, mostruosamente contorto cui fa da immagine speculare una figura femminile nuda, fusa in cera, vestita da una lunga chioma di capelli, orribilmente veri.
C'e' persino un trentenne vietnamita, nel padiglione Italia, Din Q. Le, la cui doppia nazionalita' (statunitense) emerge da opere scontate, con un risultato da Pop Art di seconda mano. E che dire di Giuseppe Gabellone, uno dei tre artisti italiani invitati nell'esterofilo padiglione Italia, che si presenta come neo-orientalista, proiettando sui suoi rilievi di poliuretano le iconografie delle incisioni giapponesi? Evidentemente l'Oriente deve essere considerato trendy dagli organizzatori se la rotonda all'ingresso del padiglione Italia (uno degli spazi piu' ambiti di tutta la Biennale) vede l'installazione di due Budda ivi posizionati da David Hammons. Le due divinita' pregano per la 'nostra' sicurezza. Infatti sono collegate tra loro da un cavetto fissato a due spille. Non ci crederete mai, due autentiche spille di 'sicurezza'.
Per chi ha voglia di protestare contro queste trovate cosi' spiritose c'e' sempre la sala interattiva, foderata di polistirolo argentato e silicone, in cui il visitatore puo' dar sfogo alla sua disperazione scarabocchiando insulti sulle pareti, firmate da Rudolf Stingel. Se poi lo sfogo graffitista non dovesse bastare, si puo' ricorrere alle variopinte pillole farmaceutiche di Damien Hirst (lo stesso dei famigerati pezzi di macelleria sotto formalina) con cui l'artista ha costruito un muro.
Per chi volesse vedere qualche artista italiano c'e' sempre da raggiungere lo spazio The Zone in cui il curatore Massimiliano Gioni propone cinque giovani artisti: Micol Assael presenta una stanza torrida come un bagno turco; Patrick Tuttofuoco propone giocattoli per bambulti (bambini adulti); Alessandra Ariatti e' una pittrice per tutte le stagioni; Anna De Manincor ci informa nel suo video che non fara' mai figli per questo paese (E a noi? ...) e Diego Perrone avrebbe fatto bene a ripassarsi il lavoro di Joseph Beuys. Un suggerimento: c'e' sempre la ruota quadrata da inventare...
Un'ultima ingenua domanda del dittatore spettatore: per quali demagogiche ragioni il premio per la giovane arte italiana e' stato vinto dal video-artista iraniano (dico iraniano) Avish Khebrehzadeh?
Fuori dei Giardini ho incontrato Claudio Verna (pittore astratto degli anni Settanta) Mi ha detto di riconoscersi nell'automa che Maurizio Cattelan ha sguinzagliato tra la folla dei Giardini, sotto le sembianze di un bambino su un triciclo telecomandato. In effetti quell'automa ha rappresentato la metafora della nostra sconcertata presenza. Forse dovremmo stare piu' attenti, tutti noi, artisti e critici, spettatori impotenti di una kermesse che rischia di sfuggirci di mano e di non appartenere più a nessuno. All'Italia meno che mai.


Sandro Barbagallo