Sono ormai numerosi, in Italia, i comuni grandi e piccoli che propongono rassegne di ‘arte ambientale’ dove, generalmente in aree verdi od all’interno dei centri storici, gli artisti espongono sculture ed installazioni. Tutto questo è, in linea di massima, positivo, perche’ crea consuetudine alla fruizione artistica. Tuttavia raramente le opere riescono, anche per la componente spesso effimera ed occasionale di queste manifestazioni, ad instaurare un dialogo ed un rapporto autentico con il territorio.Bisogna anche verificare come, nell’ultimo periodo, siano più frequenti gli esempi di amministratori la cui azione si indirizza verso un recupero consapevole del rapporto con la tradizione storica dello spazio urbano. E’ importante per una citta’, non importa di quali dimensioni, di essere in grado di trasmettere alle generazioni future tracce e segni capaci di permeare positivamente di se’ il territorio. Il rispetto e la tutela della memoria e del passato non devono essere quindi scissi dalla esigenza di agire sul presente in direzione del futuro prossimo. In questa direzione si colloca l’ammirevole iniziativa del Comune di Vittorio Veneto, centro di medie dimensioni ma noto a tutti, carico di valori simbolici e di memoria riferiti alla sua storia recente, vissuta in un presente fatto di attenzione alla tutela dello scenario urbano e di un ambiente sintesi delle dolcezze del paesaggio trevigiano e delle asperita’ di quello dolomitico. Vittorio Veneto ha deciso di dotarsi, dal mese di settembre 2003, di un vero e proprio Museo di Scultura Contemporanea all’aperto, proseguendo nella scia di felici iniziative portate avanti nel corso degli ultimi anni in collaborazione con il locale Istituto Statale d’Arte.
Il fine e’ quello di realizzare un evento non effimero basato su di un autentico coinvolgimento della popolazione, le cui linee guida siano il rapporto con il territorio, l’esperienza e la qualita’ della proposta artistica e la capacita’ di usare materiali al tempo stesso innovativi e legati alla tradizione, al fine di realizzare opere che vadano al di la’ di uno statico monumentalismo di maniera, cosi’ come siano in grado di porsi oltre i criteri compositivi dell’avanguardia concettuale degli anni ‘70, in Italia accorpatasi principalmente attorno alle insegne dell’Arte Povera, in modo da fornire un contributo in vista di un giusto ed auspicato ricambio generazionale. Il titolo della manifestazione ‘Symposium Sculpturae: la metamorfosi nella scultura contemporanea’ sintetizza il rapporto tra simposio artistico inteso come laboratorio di sperimentazione e confronto, aperto ai contributi ed agli stimoli offerti dagli abitanti ed il concetto di metamorfosi, vista nell’accezione del rapporto attuale dell’uomo con le nuove frontiere della scienza e della biologia, del dialogo tra naturale ed artificiale mediato dalle protesi tecnologiche di cui l’umanità si e’ dotata e che, talvolta, paiono sfuggire al suo controllo. Il Comune e l’Istituto d’Arte gia’ da tempo portano avanti una stimolante riflessione interdisciplinare sul concetto di ‘Metamorfosi del Corpo’. La vita dell’uomo e’ connotata, in termini antropologici, da una incessante “ricerca del nuovo”. L’arte è evento collocato in un sito “ideale”, di speculazione intellettuale pur essendo imprescindibilmente correlata con l’ambito ‘basso’ della tecnica. Si trova quindi ad essere condizionata, nonche’ a porsi come condizione dell’evoluzione di quest’ultima, talvolta la precorre, in altri casi vi si accoda pur mantenendo, a mio avviso, un distacco dalla materialita’ talvolta impercettibile ma sempre vigente. Inevitabile, quindi, che la realta’ virtuale eserciti un forte potere sull’arte, sia esso di attrazione o di repulsione. La possibilita’ di creare cloni e mondi paralleli va di pari con l’aspirazione a dotare essi di un’anima, plasmandoli con il soffio vitale della creazione, sostituendosi a Dio come era gia’ intento dell’uomo rinascimentale. L’arte non puo’ quindi che fornire un importante contributo al dibattito vigente sulla dialettica organico/inorganico. Ai giorni nostri i termini della questione, gli elementi dialettici, sono rinvenibili all’interno di un diffuso tentativo di ricostruire un’identità individuale, sottraendola alla dispersione cui pare destinata dai molteplici effetti dell’innovazione tecnologica. Che si manifesta con le apparenze di un Giano bifronte in grado, da un lato, di migliorare la qualita’ della vita ed aumentare il tempo libero a disposizione, elementi che gia’ Aristotele dichiarava necessari ad un innalzamento del livello culturale del singolo, dall’altro causa di una riduzione dell’esistenza alle esigenze prioritarie dell’immagine, le uniche in grado di certificare, nel flusso caotico della comunicazione, un attestato di identita’. Una interpretazione positiva delle tematiche legate al corpo ed al suo dispiegarsi polisensoriale prevede la prevalenza del pensiero della ‘presenza’, contrapposto a quello dell’ ‘assenza’. Quindi all’identita’ dispersa e frammentata, pura forma e significante ridotto a monade incapace di intrattenere rapporti con gli altri da se’, con cui si limita a fugaci ed effimeri contatti, eteree toccate e repentine fughe, in un perpetuo movimento, si sostituisce il contenuto capace di dare significato all’esistenza, di coniugare la ‘res cogitans’ alla ‘res extensa’, per approdare alla completezza di un essere pacificato in grado di fondersi con il mondo e l’ambiente esterni, di dare vita ad una materia inanimata ed inerte. Per dare corpo al dispiegarsi del libero arbitrio e concretizzarlo nella pienezza dei sentimenti e delle passioni che, tramite l’espressione artistica, possono approdare ad una catartica liberazione. Gli artisti da me invitati per questa prima edizione di ‘Symposium Sculpturae’, Corrado Bonomi, Carmine Calvanese, Marcello Cremonese, Leonardo Pivi, Gaetano Ricci, Silvano Tessarollo e Vittorio Valente, sono rappresentativi dei valori citati in precedenza. Le opere saranno realizzate nell’area della Fenderl, suggestivo polmone verde del centro cittadino, a partire dai primi giorni di settembre 2003, in una vera e propria officina all’aperto, per essere poi successivamente allestite in maniera permanente sul territorio. Gli artisti adopereranno, in vari modi e maniere, i numerosi blocchi di marmo provenienti dalle cave veronesi collocati nell’area, ad evidenziare come la piu’ recente avanguardia non disdegni affatto di avvalersi di una manualita’ dal sapore antico. Corrado Bonomi e’ un’artista che da anni si cimenta nella proposta, immaginifica ed ispirata da un’inesauribile inventiva, di un vasto repertorio di installazioni, pitture e collages in cui il trait d’union e’ costituito dalla relazione intercorrente tra l’uomo ed il paesaggio culturale circostante, nell’accezione ‘bassa’ dell’oggetto e del gioco, della vasta gamma di icone legate alla tradizione popolare, in cui memoria, mito e luogo comune armonicamente si fondono. Bonomi si riappropria di questo immaginario, fertile fonte ispirativa, con autentica gioia infantile, trasmessa con moto spontaneo e scevro da sterili intellettualismi al fruitore. L’artista ci mostra gli aspetti di un’arte che è gioco combinatorio, calembour di citazioni in bilico tra cultura ‘alta’ e ‘bassa’, dimostrando la capacita’ di spiazzare lo spettatore con soluzioni visive inaspettate che spesso, al di la’ della confezione vivace e centrata su di un uso consapevole dell’elemento decorativo, e’ in grado di suscitare una sensazione di autentica intensita’ poetico – simbolica o, all’opposto, stupefazione e, talvolta, sgomento, senza dover rincorrere alla scorciatoia di un facile e costoso sensazionalismo, aggirando l’ostacolo con l’apparente innocenza e primarieta’ dei materiali adoperati, dalla pittura ad un vasto repertorio oggettuale, riprodotto oppure tratto direttamente e poi ricontestualizzato dalla ampia e trascurata merceologia di bancarelle e negozi di giocattoli. Carmine Calvanese riprende alcuni degli aspetti tipici del lavoro di Bonomi in termini di attenzione alle potenzialita’ intellettuali e liberatorie del gioco ed alla disposizione degli elementi visivi lungo un asse che li integra e li combina. La differenza sta nella vocazione di Calvanese a ricostruire ex novo questo repertorio oggettuale con la costruzione di singolari strutture curvoidali che indifferentemente si posizionano a suolo ed a parete scuotendo l’osservatore per la loro lucentezza ed accesa fantasia cromatica, che sfida, senza timore di sbandamenti, il possibile sconfinamento nel territorio del kitsch, traendo da questo calcolato rischio spunti di ulteriore ispirazione. L’artista e’ molto attento all’integrazione armonica tra ordine e disordine, che esplicita con un’attenzione precisa alla regolarita’ formale, all’asse di scorrimento delle iconografie presenti sulla superficie dell’opera, disposta secondo una sequenza paratattica. In questa chiave e’ evidente il richiamo ai motivi decorativi parietali tipici dell’eta’ tardo antica, ed il corto circuito tra la citazione del passato, affiancato dalla presenza di motivi tipici dell’immaginario ludico infantile, e l’impiego di materiali e vernici industriali di recente acquisizione. Con Marcello Cremonese siamo in presenza di un’artista in grado di spaziare sinergicamente in vari siti stilistici, mantenendo una coerenza metodologica e progettuale. L’intento dell’artista e’ quello di porre in relazione l’opera d’arte e lo scenario ambientale circostante, e questa attenzione da sempre concentrata sul dialogo contestuale tra installazione e territorio lo pone in piena sintonia con gli intenti progettuali di ‘Symposium Sculpturae’. Alcuni anni fa Cremonese aveva realizzato delle installazioni in cui porzioni anatomiche, volti sfuggenti ed enigmatici facevano balenare la loro presenza all’interno di suggestivi paesaggi naturali. Piu’ recentemente la sua attenzione si e’ spostata in direzione della produzione di strutture armoniche e regolari, basate su un equilibrato rimbalzo cromatico, in grado di porsi in relazione con lo spazio come presenza integrata. Leonardo Pivi e’, tra gli esponenti più significativi dell’ultima generazione artistica italiana, quello in grado di esprimersi ecletticamente con il piu’ ampio repertorio di soluzioni formali, pittura, scultura, mosaico, tutte padroneggiate con notevole maestria tecnica.
La poetica di Pivi e’ da sempre centrata sulla rappresentazione antropomorfica e zoomorfica e da questo si coglie la totale sintonia con il tema prescelto. Le immagini materializzate dalla fervida fantasia dell’artista, al di la’ della disposizione nel sito bidimensionale od in quello dell’installazione, operano una singolare dialettica degli opposti, adoperando tecniche di antica tradizione, come mosaico e scultura in marmo, per realizzare delle iconografie che, viceversa, vanno a pescare all’interno del repertorio iconografico della contemporaneita’, con procedimento ricalcante gli stereotipi della cultura pop, oppure solidificano visioni inquietanti nella loro apparente naturalezza e candore, umanoidi alieni, e fantasmagorici ibridi tra uomo ed animale, un bestiario impazzito a causa del mutamento degli equilibri naturali. La presenza dell’uomo nelle composizioni di Gaetano Ricci e’ ben viva e presente, pur nella sua apparente assenza. Solo apparente, per l’appunto, perche’ le costruzioni simmetriche e regolari dell’artista evocano il manifestarsi performanziale del corpo umano nelle sue linee forza, nel suo protendersi armonico verso l’esterno, verso una natura con la quale ci si vuole integrare e di cui, di pari, si desiderano conoscere le leggi ed i segreti ritmi. Con procedimento neo rinascimentale, leonardesco, Ricci costruisce delle composizioni aniconiche ed essenziali, talvolta integrate dall’uso di oggetti simbolici ed archetipi come le clessidre in cui, per effetto delle leggi fisiche, si generano movimenti e suoni ‘naturali’, non mediati dall’uso di strumenti tecnologici. Con Silvano Tessarollo si ripropongono alcuni aspetti di poetica gia’ rinvenibili nel lavoro di Pivi, specie rispetto alla creazione di personaggi dalle curiose fattezze, umanoidi buffi e stranianti. La differenza sta nel procedimento realizzativo, poiche’ Tessarollo progetta le sue complesse ed articolate installazioni con l’ausilio della grafica computerizzata, per poi solidificarli come per incanto con il tramite delle piu’ recenti tecnologie e materiali plastici. L’artista con le sue grandi cibachromes, o con gli assemblaggi oggettuali, crea una serie di stereotipi ispirati a quell’inesauribile teatro delle crudelta’ rappresentato dal cartoon contemporaneo. L’artista si pone egli stesso come burattinaio, creando prototipi inediti nella realta’, ma che parrebbero, ed in effetti sono, reperti di una più ampia produzione seriale. Vittorio Valente penetra all’interno del remoto, eppure cosi’ vicino e tangente, universo microcellelulare, squarciando, come un moderno Kandinskj, il velo di Maya della superficie, per addentrasi in un mondo di amebe, dalle tonalita’ armonicamente astratte. L’artista si serve di quella intrigante similpelle che e’ il silicone per costruire un universo di microrganismi materializzati e svelati all’onor del mondo, mostrandoci la possibile biologia impazzita delle cellule osservate al microscopio, ma sfuggite al controllo dell’uomo, pronte ad attaccarlo con terribili virus. Un mondo parallelo che ci invade, con fattezze fortunatamente artificiali, blandendoci con l’apparente, ma non reale, innocuita’ dell’aspetto.
Edoardo Di mauro
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