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Brevi note a margine della mostra:‘ L’uomo del Rinascimento Leon Battista Alberti e le arti a Firenze tra ragione e bellezza’

 
 


Mi è capitato già alcune volte di commentare personalmente un evento di particolare rilievo scientifico-artistico-culturale da queste pagine, e lo faccio quando la personale partecipazione ad eventi straordinari mi coinvolgono, non solo per pura relazione e descrizione di esso, ma per spirito di condivisione di emozioni e sensazioni. Mi piace pensarmi una storica dell’arte prestata alla tecnologia, perché da anni ormai mi dedico alla relazione operativa che l’informatica offre alla cultura, e soprattutto all’arte, cercando di darne spesso conto anche da questi spazi.
Tuttavia quel bisogno di ripercorrere con lo sguardo prima, e con la mente e l’intelletto poi, le tappe fondamentali del pensiero della cultura e dell’arte dei grandi artisti della nostra storia è sempre molto forte, e puntualmente riappare ogni volta che si può rivivere un’esperienza di ricostruzione storico-artistica-culturale come permette la mostra inaugurata il 10 marzo a Palazzo Strozzi a Firenze nel VI centenario di Leon Battista Alberti.
La mostra ‘L’uomo del Rinascimento Leon Battista Alberti e le arti a Firenze tra ragione e bellezza’ è sicuramente una mostra particolare, per svariati motivi, che cercherò di sviscerare da queste righe. E lo è in primo luogo per come, per cosa e con quali elementi parla dell’ Umanista-Scienziato-Architettto Leon Battista Alberti. Lo è perché fortemente, come hanno anche affermato i promotori e i curatori, vuole essere non solo un momento di riflessione sull’opera di un grande uomo del ‘400, fiorentino per natura non per nascita, ma strumento di riflessione sulla rinascita culturale delle nostre città per quel unum sentire come ricerca di unità di valori artistici e scientifici tale che la cultura possa riprendere il posto di primaria musa delle umane cose come già gli umanisti appunto auspicavano. E dovrebbe farlo proprio attraverso quella Bellezza e Ragione mostrata ed intuita all’interno delle 9 stanze di Palazzo Strozzi, collegate da un esemplare allestimento verde-bianco di richiamo appunto albertiano, in cui le opere di diverso sapore, ma non certo interesse, rimandano, aldilà del loro bel vedere, ad una loro ragion d’essere così, e ad una loro ragion d’essere lì. Se a un primo impatto la diversità di componenti, di opere, di elementi esposti, possono un po’ fuorviare il visitato attento, con l’addentrarsi nel percorso espositivo e soprattutto la riflessione su di esso, al contrario, esse permettono di comprendere con forte intensità la figura dell’Alberti, non facile, non di immediata comprensione, così come i curatori hanno voluto farcela intuire.

Non è una mostra immediata mi permetterei di dire, ma è una mostra da gustare attraverso la riflessione non solo mentale, ma proprio visiva. E forse è proprio quello che si è cercato di fare. Questo nulla toglie alla enormità di studi e di ricerche filologico-artistiche di cui l’esemplare catalogo dà pienamente conto, né alla importanza e bellezza delle opere in mostra, che ripercorrono dal Ghiberti a Donatello da Filippo Lippi al Verrocchio un iter fortemente permeato delle idee artistico-architettoniche che l’Alberti nei suoi trattati aveva così ben enunciato.
E’ una mostra, per e su un architetto e uno scienziato, una mostra che proprio per questo ci fa intuire e penetrare l’animo di chi si celebra, appunto, ‘senza le sue opere’ come ha detto la curatrice Cristina Acidini, ma attraverso le sue vicende storico-familiari, i rapporti con i suoi committenti maggiori, e soprattutto i suoi contemporanei che da subito hanno saputo amalgamare e metabolizzare le sue idee, facendole proprie e riportandole nelle proprie opere.
E’ una mostra che non vuole affermare degli scoop già più volte annunciati, quale l’architettonico completo disegno sottostante la ‘Città ideale’ di Urbino, attualmente attribuita al Laurana, e che chiude il percorso espositivo, ma ritengo che sia una mostra che deve rimanere aperta, deve lasciare in chi guarda, la voglia di approfondire e soprattutto meditare.

E in questo ritengo che gli organizzatori abbiano centrato in pieno l’obiettivo. Per il vero non è una mostra facile, se con facile si vuole intendere una mostra dal percorso puramente cronologico-lineare che dà conto di una personalità artistica. Anzi trovo qui la grande novità di una mostra appunto tra ‘il bel vedere’ e ‘il bel pensare’ che attrae l’occhio e ammicca all’intelletto, che mentre dà la possibilità di ammirare la formella di Donatello oggi a Lille, ti mostra il candelabro del Duomo di Prato e così vuole farti scorgere quali pensieri e meditazioni erano ad essi sottese, quali legami culturali, di rimando a quella architettura classica che l’umanista Alberti aveva riportato a vita propria. E lo fa anche grazie a sapienti ricostruzioni in 3D, che silenziosamente e in modo garbato ti trovi dietro le spalle, calate dal soffitto nelle varie sale, senza quasi che tu te ne accorga, ma che bene colpiscono l’occhio e la mente e che quindi ancora una volta tendono a unire bellezza e intelletto con quello che di meglio attualmente la scienza offre anche in questo campo.



Valeria Ceccanti
Staff Artemania


 


 






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